Myanmar (martedì 1 aprile 2025) — Cresce senza sosta il bilancio delle vittime del devastante terremoto che ha colpito il Myanmar il 28 marzo scorso. Attualmente il conteggio ufficiale ha superato i duemila morti – con quasi quattromila feriti -, ma alcune previsioni ipotizzano fino a 10.000 morti.
di Matteo Della Bartola
Lo ha reso noto la giunta militare al comando del paese, annunciando al contempo una settimana di lutto nazionale. Secondo un portavoce dell’esercito sono 270 le persone che risultano ancora disperse. Le speranze di trovare dei sopravvissuti sotto le macerie sono flebili, a quasi quattro giorni dal sisma di magnitudo 7,7, ma l’estrazione di quattro persone – tra cui una donna incinta e una bambina – da sotto gli edifici crollati a Mandalay 60 ore dopo la catastrofe tengono il cerino della speranza acceso.
Alla ricerca disperata dei sopravvissuti si unisce la drammaticità della situazione dei superstiti, rimasti senza casa, senza acqua ed impossibilitati ad usufruire delle cure mediche. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità per i soccorsi servono urgentemente 8 milioni di dollari per fornire cure salvavita, prevenire focolai di malattie e ripristinare i servizi sanitari essenziali il più il fretta possibile.
Al contempo si va chiarendo la portata colossale di questo terremoto. La rottura della faglia che ha generato il sisma è infatti avvenuta lungo una porzione lunga più del doppio di quanto stimato inizialmente (almeno 450 chilometri). La rottura è avvenuta lungo la faglia Sagaing, che attraversa il Paese per 1200 chilometri dal Mare delle Andamane a sud fino alla catena dell’Himalaya a nord.
Gli studiosi ipotizzano che sia avvenuto un raro fenomeno di “super-shear” in cui la rottura della faglia si propaga più velocemente delle onde sismiche S (in inglese “shear waves”). Questo ha comportato che la rottura si rompesse in un tempo pari a 90 secondi, propagandosi sul piano di faglia con una notevole intensità.
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